di Luciano Cardinali

Il card. Traglia, vicario di Sua Santità per la diocesi di Roma
Paolo VI in visita presso la parrocchia di Nostra Signora di Lourdes a Tor Marancia, 23 febbraio 1964. A destra, il pro-vicario Traglia


Un giorno San Pio X, ricevendo in udienza gli alunni dell’Almo Collegio Capranica, prese da parte uno studente, lo guardò negli occhi e gli predisse che nella vita avrebbe fatto molto bene per la Chiesa. Il vaticinio si sarebbe compiuto, ché Luigi Traglia, il seminarista in questione, avrebbe speso tutta la sua vita sacerdotale a servizio della Chiesa in diversi uffici, sebbene la reale grandezza di questo ecclesiastico d’eccezione si misuri dall’essere sempre rimasto prete, anche quando l’obbedienza lo condusse a rivestire incarichi delicati e, agli occhi del mondo, prestigiosi. Ripercorriamone la storia, attingendo pure al repertorio delle battute di spirito che lo resero proverbiale, anche perché, come scrive Plutarco nella «Vita di Alessandro», spesse volte un’azione da poco, una battuta di spirito o una semplice parola descrivono una personalità più che il racconto dispiegato delle sue gesta.
Ad Albano era solo nato, il 3 aprile 1895, ma l’intero corso della sua vita si svolse a Roma, città della quale assunse il dialetto e una certa attitudine al pragmatismo. Si potrebbe dire che l’attaccamento alla Sede apostolica lo avesse nel sangue, essendo stato suo nonno colonnello dell’esercito pontificio. Il fratello Emilio in gioventù era stato protagonista di un particolare episodio: come presidente dell’Azione cattolica, allora contraltare delle organizzazioni giovanili fasciste, firmò una circolare contro il fascismo scritta dall’assistente ecclesiastico monsignor Pizzardo, ma che dal nome del firmatario venne detta «circolare Traglia». I preti romani, temendo che il documento potesse rallentare le trattative per il Concordato, gli si scagliarono contro, tanto da costringere il papa a nasconderlo per un periodo nella villa pontificia di Castelgandolfo. Diventerà tenente colonnello della Guardia palatina d’onore di Sua Santità. Il padre del cardinale, Antonio Traglia, fu invece professore di Lettere all’Università e morì prematuramente, lasciando vedova la moglie Giuditta Crollari. La famiglia abitava in via Rodi al quartiere Trionfale, ed è bello ricordare che la signora contribuì in maniera notevole al finanziamento dei lavori per la costruzione della chiesa di San Giuseppe, tanto da essere decorata da Pio XII con l’onorificenza «Pro Ecclesia et Pontifice». Traglia, dunque, crebbe e venne educato in un ambiente cristiano in cui la vocazione al sacerdozio dovette affacciarsi quasi naturalmente. L’ordinazione presbiterale gli fu conferita il 10 agosto 1917 per mano del cardinale vicario Basilio Pompilj. La pianeta della prima Messa fu ricavata dall’abito nuziale di sua mamma. Poche biografie conoscono una sequenza di incarichi come quelli che furono affidati a Traglia, tanto che circolava il detto che la sua vita non fosse complicata ma moltiplicata: insegnante di filosofia morale, sociologia, teologia fondamentale e dogmatica; collaboratore nelle Sacre Congregazioni dei Seminari, Propaganda Fide, Riti e S. Romana Rota; presidente del Comitato mariano, presidente dell’Azione cattolica, Pro-presidente della Cei. Tuttavia il compito al quale il suo nome è rimasto particolarmente legato, più che vescovo di Ostia e Albano e decano del Sacro Collegio, è di certo quello di Vicegerente, mansione che ricoprì dal dicembre 1936, poco prima che Pio XI lo elevasse alla dignità episcopale, fino al marzo 1965, servendo in quasi tre decenni i cardinali vicari Marchetti Selvaggiani e Clemente Micara. Nel 1960, intanto, Giovanni XXIII lo aveva creato cardinale (comprò la porpora usata da Marchetti Selvaggiani, fedele a una linea di modestia mai smentita) e contestualmente promosso a pro-vicario, ma già cinque anni dopo, nel 1965, Paolo VI lo chiamò a collaborare in veste di suo vicario per la diocesi di Roma, ufficio che rivestì per tre anni consegnando poi il testimone al cardinale Dell’Acqua e passando a reggere – come ultima sua assegnazione – la Cancelleria apostolica, in seguito abolita e assorbita nelle sue pertinenze dalla Segreteria di Stato. Questo, dunque, l’elenco delle cariche ricoperte da Traglia, ma cerchiamo di penetrarne il segreto di uomo e di sacerdote.
Il tratto che colpiva immediatamente chiunque entrasse in contatto con lui era l’effusione di una paternità benigna ma ferma. Sbagliava chi considerasse il suo modo di fare troppo semplicistico e ne sottovalutasse la caratura intellettuale, ché anzi, oltre ad avere ottimo curricolo di studi, apparteneva a quella specie di uomini dotati di particolare ingegno che però quasi si nascondono per non farne mostra, mettendo a servizio i doni ricevuti e cercando di rabbuiare ogni riflettore puntato su di sé. Inoltre, incapace di piegarsi alla retorica e ai salamelecchi, non solo evitava i convenevoli, ma spegneva sul nascere, magari con una battuta, ogni discorso che parlasse delle cose di Dio in maniera frivola, al livello di uno svagato conversare. Naturalmente socievole, pur avendo una rete fittissima di contatti, fuggiva i circoli e le cricche, mantenendosi nella pace di chi non briga per un riconoscimento, ma svolge il suo lavoro in tranquillità. Rivestiva ogni questione di concretezza, potendo vantare un senso delle proporzioni e dei limiti cui si aggiungevano spiccate doti di organizzatore e una salutare capacità di sdrammatizzare. Durante la sua lunga permanenza in vicariato, quando ancora la sede non era stata spostata al palazzo del Laterano ed era situata nella penombra di via della Pigna, seppe esercitare sempre un certo distacco dalla sua carica, in un atteggiamento di estraneità che gli permise di non sentirsi mai padrone, ma solamente un servitore di passaggio. D’altronde, come motto episcopale aveva scelto: «Primum Regnum Dei». Non gli mancava, infine, un naturale senso dell’umorismo, che oltre a essere requisito di una equilibrata vita spirituale, serve anche a chi viene posto in una posizione cosiddetta di potere.
Il suo cuore si espandeva principalmente per i sacerdoti, verso i quali teneva il contegno di un padre: non solo conferì l’ordinazione a migliaia di preti, ma seguiva con attenzione le loro storie, cercando di armonizzare le esigenze individuali con i doveri dell’obbedienza. Di certo, l’episodio più drammatico riguardò la vicenda di don Giuseppe Morosini, che proprio Traglia aveva ordinato sacerdote. Quando seppe che era stato condannato a morte per la sua attività partigiana, si precipitò con grande coraggio a Forte Bravetta e volle passare l’intera notte precedente la fucilazione insieme a lui, non prima di aver preteso con fermezza che potesse indossare gli abiti sacerdotali e che gli fossero tolte le manette, perché mani consacrate non venissero profanate. Al mattino lo accompagnò al luogo dell’esecuzione, pregando con lui fino all’ultimo. Poi si recò da Pio XII per informarlo sui fatti. La storia, tragica ma luminosa, è rievocata nel capolavoro di Rossellini «Roma città aperta», con un insuperabile Aldo Fabrizi nei panni di un sacerdote la cui storia è ispirata a don Morosini.
Traglia poneva i suoi doveri sacerdotali al di sopra di ogni ruolo. Una volta non esitò a troncare una riunione perché un moribondo, esponente del Partito comunista, aveva comunicato al parroco della chiesa di San Giuseppe al Trionfale che avrebbe ricevuto i Sacramenti solo qualora fosse stato Traglia ad amministrarglieli: il cardinale, avvisato per telefono, accorse immediatamente e l’uomo morì in grazia di Dio. Nei lunghi anni da vicegerente, o meglio da «vicario der vicario der vicario» come egli stesso si definiva scherzosamente citando un sonetto del Belli, e nel periodo successivo in cui fu vicario, inaugurò uno stile fatto di facilità di contatto: ognuno poteva essere ricevuto senza anticamera, accolto dal sorriso e dall’interessamento intelligente del cardinale. Durante la guerra, si rimboccò le maniche, non solo tramite una capillare opera di organizzazione perché il maggior numero di perseguitati trovasse accoglienza, ma anche attraverso la distribuzione di cibo e vestiario, alla quale non era raro che provvedesse in prima persona. Molto devoto della Madonna, nel 1962 entrò a far parte della Congregazione mariana dell’Assunta presso la chiesa del Gesù, facendo la sua consacrazione nelle mani del gesuita padre Eugenio Pellegrino e accolto dal prefetto marchese Raffaele Travaglini di Santa Rita.
Don Luigi, come continuava a farsi chiamare e a firmarsi al termine delle lettere (nella corrispondenza privata non era infrequente che anteponesse alla firma l’esclamazione: «Forza Roma!»), possedeva una conoscenza profonda del territorio affidato alle sue cure pastorale, che affondava le radici nei primi anni del suo ministero, svolti in periferia. Risale a questo periodo iniziale un episodio rimasto celebre. A una popolana che confessava di parlare spesso male del prossimo, il giovane sacerdote
disse che si trattava di un peccato, ma la donna replicò: «A parla’ male sarà pure peccato, ma spesso ce se indovina», coniando una battuta in seguito resa famosa da Giulio Andreotti. Fin dai primi anni del suo episcopato, poi, Traglia prese l’abitudine di celebrare la Messa della vigilia di Natale nel carcere di Regina Coeli, nel desiderio di portare bagliori di Resurrezione e anche un po’ di allegria tra quelle mura. Seguiva le storie dei carcerati una per una, aiutandoli, usciti di prigione, nel reinserimento sociale. Una volta, un giovane prigioniero lo prese in disparte e gli disse in romanesco: «A don Lui’, domani sorto! Me fai lavora’ n’Vaticano?». Il cardinale si voltò e gli rispose: «Accontentate de n’artro lavoro, ché n’Vaticano ce lavoreno già tutti quelli che so’ sortiti prima de te». Da molti questo tratto spiccio era scambiato per rozzezza, ma in realtà, oltre a conferirgli un tocco genuino e schietto che metteva a suo agio ogni interlocutore, era anche uno stratagemma per far passare in secondo piano la sua persona a favore del suo essere sacerdote. Pure lo stile omiletico era semplice ma incisivo, rivelatore di una profonda preparazione dottrinale e tuttavia scevro di ogni esibizione. Soleva ripetere che quando si termina di parlare e gli ascoltatori commentano: «Quanto è bravo!», finiscono poi per ricordare solo la facondia dell’oratore e non il suo discorso, mentre a Traglia stava a cuore solo di lasciare nella mente della gente qualche concetto chiaro e un invito alla conversione.
Visse evangelicamente, servendo la Chiesa e sopportando con umile pazienza anche alcune amarezze che gli vennero dalle cosiddette gerarchie, e santamente tornò al Padre, il 22 novembre 1977, il giorno successivo alla morte del vecchio amico e sindaco di Roma Salvatore Rebecchini. I funerali furono celebrati dal cardinale vicario Poletti, il rito della Commendatio e della Valedictio da Paolo VI, il quale nell’Angelus del 14 gennaio 1968 aveva pubblicamente ringraziato il cardinale per il suo operato nella diocesi. Riposa nella chiesa di San Lorenzo in Damaso presso la quale, in qualità di Cancelliere, aveva il titolo cardinalizio. ANIMA SUAVISSIMA – VIVE MEMOR ROMANORUM – QUI PERPETUO TE DILIGENT: così recita l’epitaffio inciso sul suo sepolcro. Ma forse l’epigrafe più appropriata potrebbe essere la frase pronunciata un giorno da un popolano romano, che dopo aver ascoltato una sua predica disse: «Ammazzelo! Questo ce crede davero!».
Nota: ho appreso gran parte delle notizie contenute in questo articolo da Piero Traglia, nipote del cardinale – che mi ha messo a disposizione anche dei ritagli di giornali del tempo – e da Saverio Petrillo, già direttore delle Ville pontificie. Ringrazio entrambi per la disponibilità e la cortesia.

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    About Giulio Alfano

    Professore di Istituzioni di Filosofia Politica Storia delle dottrine politiche Etica Politica presso la Pontificia Università Lateranense, Giulio Alfano e' Presidente e fondatore dell' Istituto " Emmanuel Mounier- Italia". Commendatore dell' Ordine Equestre del S. Sepolcro di Gerusalemme. Fondatore e Presidente Onorario dell'Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani,collabora con la Bowling Green University (Ohio - USA)

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