Immagine   1861-2012. Centocinquantuno anni  da quando Giuseppe Garibaldi, “eroe dei due mondi”, aiutato da mille audaci (oltre che da una flotta inglese che ne permise lo sbarco a Marsala nel 1860) conquistò il Regno delle  Due Sicilie permettendone l’annessione al nascente Stato italiano. Grazie al precedente “asse” difensivo tra Francia e Regno di Sardegna (1859) Cavour riuscì a “farsi dichiarare” guerra dall’Austria, come primo passo per la “liberazione” del nord Italia e, come vedremo, annessione al Regno di Sardegna. L’unità amministrativa del Paese portò la disillusione di molti, e dunque nuovi problemi (abitudine della popolazione alla leva militare, nuove tasse, brigantaggio post-unitario…)  non meno l’amaro prezzo che il decennio successivo all’unificazione nazionale richiese alla popolazione ( Legge Pica docet) .


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 Chi l’ha costruita sono stati politicanti e studiosi del Nord e del Sud, in nome dell’unità, del progresso, della rivoluzione, del Re, del Duce. Non tutti insieme, si capisce, né tutti con la medesima voce, ma un po’ per volta, in armonica disarmonia. Gente magari in buona fede, ma che ignorava i fatti, quelli veri: oppure gente che voleva nascondere qualcosa, per diversissime ragioni spesso contrastanti. La ragione, o meglio il pretesto più comune e più facile era, anzi è l’unità d’Italia, alibi necessario che ogni sozzura copre con le sue grandi santissime ali. Il risultato? Oggi più che mai l’Italia è divisa in due parti, una tutta bianca, l’altra tutta nera. Di questo mito il tempo ha fatto un baluardo così roccioso e inattaccabile che il conformismo liberale, anche se a volte dubitoso ed erudito, non osa neppure scalfirlo. » Carlo Alianello, La conquista del Sud, Rusconi, 1972, p.113.

Nonché per le gravi condizioni economiche dalle quali, il Meridione in particolare, non riuscirà più ad alzarsi:

« L’unità d’Italia … è stata, purtroppo, la nostra rovina economica. Noi eravamo, il 1860, in floridissime condizioni per un risveglio economico, sano e profittevole. L’unità ci ha perduti. E come se questo non bastasse, è provato, contrariamente all’opinione di tutti, che lo Stato italiano profonde i suoi benefici finanziari nelle province settentrionali in misura ben maggiore che nelle meridionali. »  Giustino Fortunato, Emilio Gentile, Carteggio 1865-1911, Laterza, 1978, p. 64-65


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 …necessaria fu, nel 1860, la dissoluzione del Regno di Napoli, unico mezzo per conseguire una più larga e alacre vita nazionale e per dare migliore avviamento agli stessi problemi che travagliavano l’Italia del mezzogiorno » Cit. da Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli, Bari, Laterza, 1980 (prima edizione 1925), p. 236

Una unità nazionale costata cara, che ha visto la parentesi storica del vent’ennio fascista in cui Benito Mussolini, come un nuovo Garibaldi, si proclamò Duce dell’Italia e degli italiani, almeno fino al 10 luglio del ’43 quando le truppe di liberazione americane sbarcano in Sicilia.

“… 15 giorni più tardi, il Re, aiutato dai gerarchi dissidenti che convocano il Gran Consiglio del Fascismo, all’indomani di un bombardamento aereo che per la prima volta ha interessato Roma, attua un colpo di Stato con il quale sostituisce il Maresciallo Badoglio a Benito Mussolini, che viene immediatamente arrestato. Con la caduta del capo, il partito fascista viene subito dichiarato “fuorilegge”… Scoppia anche la guerra civile, ma la domanda é spontanea: fino al 1943 chi erano gli antifascisti? E’ spontanea perché al Partito Nazionale Fascista risultavano iscritti nella primavera del 1943 quasi 10 milioni di militanti. Dopo il 25 luglio e, soprattutto, dopo l’armistizio dell’8 settembre che fine hanno fatto? Non si può fare politica con un popolo di cui non ci si può fidare. Nel 1949 l’Italia chiese di entrare nella NATO. Gli angloamericani erano scettici. Dicevano: “In due guerre mondiali hanno pugnalato alla schiena prima gli austriaci e due volte i tedeschi. Gli italiani sono inaffidabili”. Altro che mito della Resistenza e della Cobelligeranza! Anzi, già “Cobelligeranza” significa che non ci consideravano dello stesso rango degli altri combattenti. Insomma, più che antifascisti eravamo degli “ex-fascisti” che avevano combattuto l’ultimo scorcio di guerra contro chi era stato “fascista irriducibile”, insomma, all’ultimo sangue. Eravamo ex-fascisti che si rivolevano fare una verginità. Non commovemmo nessuno con la nostra “resistenza”. Nel 1947 a Parigi, i paesi vincitori, a partire dalla Jugoslavia, ci chiesero tutte le riparazioni di guerra che gli spettavano. Non ci furono sconti. Peccato che i libri di storia certe verità storiche non le raccontano. Non eravamo credibili. Nella NATO non ci volevano. Sapete chi ci salvarono? I francesi. Sì, i detestati francesi, che consideriamo sempre con la “puzza sotto il naso”. Non lo fecero a cuor leggero”. Vincenzo Pisano, Osservatorio Meridionale per lo Sviluppo Economico e Politico, http://omsep.wordpress.com/ .

Se per liberarci di 20 anni di fascismo si ebbe bisogno di un’invasione “alleata” straniera, e di perdere una guerra, cosa ci vorrà per liberarci di oltre 60 anni di quella partitocrazia che non ha debellato, anzi, ha acuito i problemi sociali, lasciando indifesi i palliativi dei mali ( Aldo Moro, Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Pino Puglisi…) ed ha portato, incurante, all’attuale “stallo tecnico”?

E il “popolo” italiano cosa fa? E’ veramente, storicamente, “stretto a coorte” e “pronto alla morte” per la difesa dei propri diritti civili e della propria identità nazionale? Esiste poi questa identità? Quello italiano è o si sente effettivamente “popolo”? Secondo il filosofo seicentesco Thomas Hobbes esiste una differenza tra moltitudine e popolo: la prima è collezione di volontà indipendenti, la seconda è persona unica in grado di esprimere una sola volontà. L’individuo deve “uscire” dallo stato di natura perché questo, pur assicurando la libertà, non assicura la pace tra gli uomini che sono essenzialmente in continua lite tra loro per il principio di autoconservazione. Il concetto di libertà è quindi incompatibile con quello di pace. L’unico modo, secondo il giusnaturalismo di Hobbes, perché un individuo diventi uomo, è che entri nella società, tramite contratto sociale. Solo il popolo può presentarsi come parte di un contratto e di conseguenza non può esistere prima del contratto né tantomeno prima del sovrano o di un potere sovrano. Quindi: la moltitudine diventa popolo solo nella soggezione ad un potere. Il problema diventa ora l’unità, dare volontà unica a tutti i membri dello Stato. Ma come fare questo senza cadere nell’opzione del filosofo che vedrebbe nell’alienare le volontà particolari nello Stato come unica soluzione? C’è qui una connessione evidente tra unione e sottomissione. Il patto sociale ha in sé i concetti di autorizzazione e rappresentanza, che consentono di “pensare le parole di un uomo come fossero quelle di un altro”. Solo così una moltitudine può divenire popolo.

O perlomeno cosi era per Thomas Hobbes.

Danilo Campanella.

 

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    About Giulio Alfano

    Professore di Istituzioni di Filosofia Politica Storia delle dottrine politiche Etica Politica presso la Pontificia Università Lateranense, Giulio Alfano e' Presidente e fondatore dell' Istituto " Emmanuel Mounier- Italia". Commendatore dell' Ordine Equestre del S. Sepolcro di Gerusalemme. Fondatore e Presidente Onorario dell'Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani,collabora con la Bowling Green University (Ohio - USA)

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