… DOVE L’ESSERE SI FA PAROLA

È proprio Mounier a fornirci una delle più belle definizioni di uomo: “Il luogo dove l’essere si fa parola”. La specificità umana connessa alla possibilità della comunicazione verbale è evidenziata già da Aristotele, quando definisce l’uomo come zóon logòn échon, formula solitamente tradotta con «animale razionale»; tuttavia data la poliedricità della parola greca logos, potremmo rendere la definizione aristotelica dicendo che l’uomo è l’animale che non solo è capace di articolare il pensiero, ma anche di esprimerlo con le parole. Tale facoltà è preclusa a qualsiasi altro essere vivente, con peculiare riferimento al fatto che il linguaggio umano, diversamente dal modo di intendersi degli animali – che pure si presta a qualche forma di comunicazione – , è in continua evoluzione ed è dotato di insondabili e creative ricchezze di significazioni.

Nel racconto della creazione, Dio crea parlando: si tratta di una parola performativa che chiama le cose dal nulla all’essere. L’apparire del cielo, della terra, del mare, delle stelle, degli animali è preceduta sempre dall’anafora: «Dio disse…». Quando finalmente viene creato l’uomo, non si fa particolare menzione del linguaggio, ma, essendo tessuto a immagine e similitudine di Dio, trattandosi di un creatore parlante, è chiaro che riceve anche la facoltà di esprimersi con le parole. Anzi, la prima cosa che Dio fa fare ad Adamo prima ancora di creare la donna è proprio assegnare i nomi agli animali: in tal modo il progenitore non solo esercita una sorta di sottomissione nei confronti delle bestie, che d’ora in poi saranno nominate come egli ha stabilito, ma le rende oggetto di comunicazione interpersonale; di lì a poco, infatti, non sarebbe stato più solo: sarebbe stata plasmata Eva. Nel disegno di Dio, la creazione dell’uomo e della donna è accompagnata dall’abilitazione al linguaggio. La stessa tentazione a cui essi cedono avviene per forma linguistica: la parola che crea diventa parola che distrugge. Paolo e Francesca, protagonisti del famoso V canto dell’Inferno dantesco, peccano incitati dalla lettura delle storia di Lancillotto e Ginevra: la parola è all’origine della loro dannazione eterna.

Un dono così grande, allora, esige la custodia più accorta, la vigilanza più ininterrotta. La tradizione monastica assegna grande importanza al silenzio, come a voler esaltare in modo potenziato, in una sorta di rovesciamento, la preziosità della parola e a voler individuare un momento di sua germinazione silenziosa e pensante. Di solito i grandi cambiamenti storici sono accompagnati, o spesso addirittura preceduti, da un cambiamento del linguaggio. Una buona educazione linguistica può essere, allora, il volano del cambiamento di una società. Nella lettera di San Giacomo troviamo un’immagine eloquente: come un cavallo è domato se gli si stringe il morso, così è l’uomo quando domina la sua lingua, che è «una piccola parte del corpo, tuttavia capace di cose grandi» (Gc., 3-5). Al buon padrone del proprio linguaggio si possono attribuire le virtù che Machiavelli assegnava al principe: la forza e l’astuzia. La forza, intesa come controllo pieno dei propri mezzi espressivi e capacità di porre argine alle degenerazioni, è fondamentale: chi sa disporre delle parole e ha la forza di sottometterle al filtro dell’intelligenza, è in grado di intavolare una conversazione che sappia dire la realtà nella sua complessa struttura senza cedere all’approssimazione. Ma altrettanto importante è l’astuzia, che è diversa dalla furbizia: il furbo fa leva sulle debolezze dell’altro e “ruba” (fur in latino significa ladro), saccheggia senza costruire; l’astuto, invece, comprende anticipatamente non solo le conseguenze di quello che dice, ma anche le conseguenze delle conseguenze. Ciò che è detto, una volta detto, non torna più indietro e le parole sono pietre. Non è vero che siamo responsabili solo di quello che diciamo e non di quello che gli altri capiscono: se sappiamo usare il linguaggio con forza e astuzia, diventiamo capaci di vincolare il nostro dire a un’unica interpretazione, quella che noi intendiamo proporre.

In tempi in cui, dai salotti televisivi alle piattaforme multimediali, si assiste a una carica di odio e di violenza tanto gratuiti quanto sovente inconsapevoli, un cambiamento  può iniziare proprio da un buon linguaggio: troppo spesso lo si usa in maniera leggera, mentre la lingua deve essere costitutivamente «pesante»: deve saper dare il giusto peso alla realtà. Bisogna, inoltre, considerare che la parola si ammanta di particolari connotazioni a seconda che sia pronunziata con un certo tono di voce piuttosto che con un altro, sorridendo oppure con espressione arcigna, con il volto di chi sa che la comunicazione finirà quando egli avrà finito di parlare o con l’occhio di chi dà l’impressione di essere desideroso di ascoltare la risposta per arrivare insieme alla verità. La comunicazione é sostanzialmente dialogica e il dialogo è reciprocamente maieutico.

Usare un linguaggio sempre negativo è indice di scarso spirito di osservazione e di comprensione della realtà. Per quanto tu sia stato deluso dalla vita o dagli altri, la bilancia penderà sempre dal piatto delle cose positive piuttosto che da quello delle negative. Camus, ne “La peste”, scriveva che «nell’uomo ci sono più cose da ammirare che non da disprezzare». Se stai respirando, significa già che non sei morto ed è un valido motivo per ringraziare. Se conti, tra le tue conoscenze, le persone buone rispetto a quelle “cattive” (captivus in latino significa prigioniero; e cosa attende un prigioniero se non la liberazione?), le prime saranno in maggior numero. La quantità di generosità ricevuta è sempre maggiore rispetto all’ingratitudine. «Non finirò mai di stupirmi della cattiveria della gente», si sente dire dall’uomo della strada: perché, invece, non ti stupisci della bontà, che è anche più difficile da vivere, senza contare che le cose più difficili danno maggiore soddisfazione? Volgi il tuo occhio al bene invece che al male e allena una selettività della memoria. Sul monte del Purgatorio, nel Paradiso terrestre, Dante fa bagnare le anime purificate nelle acque del Letè, il fiume della dimenticanza del male, e dell’Eunoè, il fiume del ricordo del bene. Gli altri vanno aiutati in questa opera, a porsi di fronte alle cose in modo costruttivo: se torni dal lavoro stanco non è perché questo lavoro ti distrugge, bensì perché hai fatto tante cose belle e utili agli altri; il lunedì non è il giorno peggiore perché termina il week-end, ma è l’inizio di una settimana in cui potrai costruire qualcosa di nuovo e di utile e offrirlo in dono; se piove, non pensare subito ai danni prodotti dai nubifragi – piccola pagina amara in una lunga storia molto più bella – o ancora peggio a te che ti bagnerai aspettando l’autobus: quella pioggia irrigherà e feconderà la terra che darà il suo frutto. Squarcia il velo dell’egoismo: allarga lo sguardo!

È assolutamente sconsigliabile considerare sempre gli altri l’origine delle frizioni nelle nostre relazioni. È significativo il caso di una classe scolastica: con l’insegnante X regna la confusione e il disordine, con l’insegnante Y la disciplina e la diligenza. Eppure i ragazzi sono gli stessi. Cosa cambia? Chi dà il tono spirituale al dialogo. Le relazioni, infatti, sono sempre asimmetriche, perché il fatto che siamo tutti uguali è una suprema sciocchezza: vi sarà uno che si trova a un grado di maturità spirituale più alto dell’altro. La persona più matura, che coltiva maggiormente la propria interiorità, più intelligente da capire la sua superiorità ma umile da accettare di metterla al servizio dell’altro, deve incaricarsi di strutturare la relazione perché sia significativa per la vita e non si riduca a scontro frontale.

Il linguaggio deve essere chiaro, sintetico, rispettoso della complessità delle cose ma mai involuto. Le parole devono essere ricercate perché solo nelle sfumature si riesce a essere precisi. Insegnare una nuova parola a qualcuno è un’opera di misericordia: lo si sta rendendo maggiormente padrone delle cose. «I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo», scriveva Wittgenstein (Tractatus, 5.6), e in qualche modo gli faceva eco Heidegger, dicendo che «il linguaggio è la casa dell’essere». Non bisogna allora abbassare il livello con chi è culturalmente meno dotato: bisogna alzarlo, dandogli contemporaneamente la possibilità di seguire il discorso. Naturalmente tutto con senso della realtà e della misura. Se tua nonna ha ottant’anni e non parla che in brianzolo da quando è nata, evita di comunicare con lei come un accademico della Crusca: preferisci essere sapiente e non semplicemente erudito e rivolgiti a lei in dialetto. Tuttavia se il tuo fratellino a quattro anni non sa cosa significhi bistecca, non abbassarti al suo livello chiamandola ciccia, ma insegnagli un’altra parola. Si rapporti l’esempio alle diverse occasioni di vita e si veda che non è così scontato come potrebbe apparire.

Se si può dire una cosa in tre parole, non se ne usino quattro. Se proprio si ha fiato da sprecare, lo si usi per atti di «bontà linguistica», che possono mettere capo a una vera rivoluzione, la «rivoluzione della tenerezza» di cui parla il Papa.

Tenerezza non coincide con l’arrendevolezza o con una sistemazione ascetica della debolezza: è una mano tesa all’altro perché sia abilitato a leggere la realtà e a dirla nella sua componente ontologicamente positiva. Il linguaggio, quando è corretto ed espressivo di un pensiero attrezzato al buono e al vero, è automaticamente seminatore di bontà; altrimenti diventa portatore di incomprensioni o peggio di calunnie. Ma di fronte all’altro, dobbiamo stare come Mosè davanti al roveto ardente: bisogna togliersi i sandali perché è terra sacra! Misurare il linguaggio, sorvegliarlo (quanto è bello questo verbo?) è il primo dovere, visto che per esso passa primariamente lo scambio che intratteniamo col prossimo.

Tuttavia, dal momento che non siamo perfetti, avverrà che una volta decideremo deliberatamente di offendere la nostra compagna. Però anche qui occorre stile (e insultare con stile non è da tutti!): mai parole pesanti, che possono scoprire equilibri fragili che è meglio lasciare quiescenti, mai tirare in ballo i suoceri; al massimo le si può dire che il risotto che ha cucinato ieri sera (questa settimana tocca a lei cucinare) non era proprio succulento. In questo caso, il più intelligente o semplicemente quello che ha trascorso una giornata migliore, lasci all’altro la libertà di sfogarsi e, lungi dal dimostrarsi offeso, sia lui stesso a ristabilire la comunicazione rimodulando appena possibile il linguaggio a una dolcezza maggiore dell’usuale. È la missione che fu di Giovanni Battista: ricondurre «aspera per vias planas», rendere scorrevoli i sentieri tortuosi, appianare i declivi, rischiarare, addolcire.

Ma tutto questo non è semplice: ha bisogno di allenamento. Chi scrive ha ricevuto da un ottimo medico, padre di una sua amica, un messaggio del tutto gratuito con scritto: «Ti voglio bene». Non tutti sono capaci di esprimere simili atti di libertà. Non tutti sono capaci di riceverli. Il giorno di Natale, un buon parroco ha esortato i suoi fedeli a non scambiarsi gli auguri con le formule consuete, ma a dire: «Ti voglio bene». Quasi tutti, tornati a casa, hanno riempito le scale dei condomini di queste liberanti parole, che forse non avevano mai pronunciato. Non è una cosa semplice da dire. Richiede esercizio. Ringraziare per cose dovute, far presente all’altro che si è contenti di vederlo anche se l’incontro era scontato, salutare il portiere sorridendo o ringraziare il controllore per averci vidimato il biglietto sul tram, sono l’inizio di una piccola rivoluzione. Si finirà per capire che non è vero che i buoni sono sempre i grandi fregati, che a essere gentili ci si rimette sempre, che chi fa del bene finisce male. La tenerezza è contagiosa: gli altri vorranno imitarci e la relazione salirà di livello, se saremo stati capaci di rendere l’eccedenza di senso del nostro dire.

La performatività della parola buona renderà pazienti costruttori di una casa in cui quando si parla ci si capisce, ci si ascolta, ci si ama. E il mondo non è che una grande casa fatta di tanti piccoli rivoluzionari che credono che l’uomo non vive di solo pane, ma anche di Parola.

Luciano Cardinali

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    About Giulio Alfano

    Professore di Istituzioni di Filosofia Politica Storia delle dottrine politiche Etica Politica presso la Pontificia Università Lateranense, Giulio Alfano e' Presidente e fondatore dell' Istituto " Emmanuel Mounier- Italia". Commendatore dell' Ordine Equestre del S. Sepolcro di Gerusalemme. Fondatore e Presidente Onorario dell'Associazione Nazionale dei Democratici Cristiani,collabora con la Bowling Green University (Ohio - USA)

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